La nota lobby invade il campo
Il delirio d’onnipotenza di Rep. e Bankitalia come terra di conquista
Prima la “liberazione” di Milano e la rivolta di Napoli. Adesso, la “guerra d’indipendenza” per la Banca d’Italia. Eugenio Scalfari indossa l’armatura come il vecchio Marco Aurelio nelle foreste di Pannonia. Palazzo Koch è sott’assedio, i barbari sono alle porte. Il successo politico che il Fondatore attribuisce a se stesso e al partito di Repubblica non si può certo fermare alle elezioni amministrative. Ieri Rep. era già tutta concentrata sulla campagna per i referendum, in attesa del bersaglio grosso: lo sgretolamento del “berlusconismo” e l’eclisse del Cav. E non solo. Leggi Con Draghi alla Bce si consuma il divorzio tra Rep. e Bankitalia - Leggi diario di due economisti Ecco che cosa continua a non funzionare nei pessimi rapporti tra il governo e la Banca d’Italia
16 AGO 20

Scalfari non manca di ricordare che ne ha viste tante di assemblee in Bankitalia. Il legame con Guido Carli lo aveva reso un convitato speciale: il governatore gli affidava dotte analisi per trasformarle in articoli sull’Espresso, firmati Bancor, come la nuova moneta mondiale immaginata da John Maynard Keynes a Bretton Woods nel 1944. Con il passare degli anni, Scalfari si è considerato prima un suggeritore, poi un grande elettore (unica eccezione Antonio Fazio). Sempre sotto la bandiera dell’indipendenza. E’ vero, anche Mario Draghi non faceva parte della scuderia scalfariana, ma non ne era così lontano: Carli fu il suo mentore e certo Carlo Azeglio Ciampi ha sempre sostenuto e accompagnato Draghi da vicino.
Nel 2005 il successore ideale di Fazio era Tommaso Padoa-Schioppa, sia nei voti di Ciampi sia nella penna di Scalfari; ma l’ex direttore generale del Tesoro non era certo una seconda scelta. Terzo pretendente, Vittorio Grilli, che nel frattempo aveva sostituito Draghi al Tesoro. Classificato un Ciampi boy, era diventato ragioniere generale dello stato con Giulio Tremonti e numero uno al Tesoro con Domenico Siniscalco che aveva rimpiazzato Tremonti, licenziato nel 2004. Nessuno, tanto meno Rep. – almeno allora –, considerava Grilli un candidato illegittimo, anche se esterno.
La nuova legge approvata per gestire il dopo Fazio e per porre la Banca d’Italia sotto il primato della politica (con gli applausi di Repubblica e del Corriere) ha sottratto al vertice di via Nazionale il potere di nomina. Fino al 2005, il consiglio generale di Palazzo Koch sceglieva il proprio candidato, sempre all’interno da Donato Menichella in poi (Carli aveva compiuto il suo anno e mezzo di purgatorio come direttore generale). Poi lo proponeva al Consiglio dei ministri il quale lo raccomandava al presidente della Repubblica. Adesso il primo passaggio viene saltato. Scalfari ricostruisce la scelta di Draghi, racconta di Berlusconi che voleva nominare l’intero direttorio, e Ciampi che tirò fuori una propria terna (Padoa-Schioppa, Draghi e Grilli). Il Cav. scartò TPS e “la scelta cadde su Draghi”. Il Fondatore dimentica che venne fatto il nome di Giuliano Amato e si tirò fuori dalla lizza, anche allora, Mario Monti. Dunque, una rosa tutta esterna (Padoa-Schioppa era alla Bce al posto oggi ricoperto da Lorenzo Bini Smaghi) che in qualche modo faceva pensare a una operazione “bagni puliti”, come scrisse Francesco Giavazzi, amico ed estimatore di Draghi. La tecnostruttura, quella “fucina” di civil servant, venne tagliata fuori, in qualche modo umiliata, facendo ricadere le eventuali colpe di Fazio anche sull’intero direttorio.
Un errore al quale oggi Scalfari (allora sostenitore dell’operazione ramazza) vuol rimediare senza ammetterlo? Può darsi. Certo, in una ricostruzione che ribalta sequenza e senso degli eventi, anziché fare autocritica riduce Grilli (nel 2005 degno pretendente) a una pedina di Tremonti, grazie alla quale il ministro “avrebbe in mano l’intera scacchiera del potere economico”. Paradossale anche la concezione della soluzione interna. Il Fondatore ricorda, giustamente, che il direttore generale e il suo vice “sono tali da soddisfare i requisiti richiesti”. Cita la carica e non i nomi, ma tutti sanno che si tratta di Fabrizio Saccomanni e Ignazio Visco. E tuttavia mette in campo altri due esterni: Mario Monti (nonostante si sia autoescluso) e Pierluigi Ciocca, una delle menti più brillanti di via Nazionale che, nell’ansia da spic and span, è stato mandato in pensione. Scalfari sostiene che Ciampi gli avrebbe detto: “Sarebbe il candidato ideale, ma Berlusconi dirà di no”. Può darsi. In ogni caso, Napolitano ha una influente parola condivisa su questa narrazione che introduce nell’esercito indipendentista numerose contraddizioni. “Il catalogo è questo”, conclude tranchant il Gran Suggeritore. Il suo, ma quello vero?
Un errore al quale oggi Scalfari (allora sostenitore dell’operazione ramazza) vuol rimediare senza ammetterlo? Può darsi. Certo, in una ricostruzione che ribalta sequenza e senso degli eventi, anziché fare autocritica riduce Grilli (nel 2005 degno pretendente) a una pedina di Tremonti, grazie alla quale il ministro “avrebbe in mano l’intera scacchiera del potere economico”. Paradossale anche la concezione della soluzione interna. Il Fondatore ricorda, giustamente, che il direttore generale e il suo vice “sono tali da soddisfare i requisiti richiesti”. Cita la carica e non i nomi, ma tutti sanno che si tratta di Fabrizio Saccomanni e Ignazio Visco. E tuttavia mette in campo altri due esterni: Mario Monti (nonostante si sia autoescluso) e Pierluigi Ciocca, una delle menti più brillanti di via Nazionale che, nell’ansia da spic and span, è stato mandato in pensione. Scalfari sostiene che Ciampi gli avrebbe detto: “Sarebbe il candidato ideale, ma Berlusconi dirà di no”. Può darsi. In ogni caso, Napolitano ha una influente parola condivisa su questa narrazione che introduce nell’esercito indipendentista numerose contraddizioni. “Il catalogo è questo”, conclude tranchant il Gran Suggeritore. Il suo, ma quello vero?
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